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Note dell’anima: “A Tindaro piace la pioggia”

Pubblicato da Domenica

Il nome di Tindaro si sentiva strillare dai bambini del villaggio. Quei monelli lo chiamavano a gran voce, strascicando la “o” finale fino all’inverosimile. Poi, tendevano l’orecchio per sentire l’eco che si spandeva nello spazio della valle e tornava amplificata ad avvolgerli di mistero. A quel richiamo egli rispondeva spuntando da ogni dove, all’improvviso, sorridente in volto, con i capelli che scendevano disordinati sulla fronte e gli occhi neri e ardenti , come carboni.

Si divertivano così. E non solo. Punzecchiavano quell’uomo facendo riferimento alla sua vita, fino a quando egli non sbottava con frasi molto pittoresche che suscitavano le risa di tutti.
Capitava, molto spesso, che Tindaro rispondesse “a tono” a quelle simpatiche provocazioni facendo uso di una mimica che ricordava quella di un abile teatrante. E improvvisava, come nella commedia dell’arte, dando vita ad un vero spettacolo. Era quello, che i ragazzi volevano. Quello che da lui si aspettavano. E l’uomo lo sapeva bene.

Tra lui e i bambini c’era, infatti, una forte intesa che superava l’ apparenza e sfuggiva alle regole di ogni sensato, normale, rapporto umano.
Erano due poli dello stesso segno che si attraevano, in barba alle regole più elementari della fisica. Rappresentavano un fatto inconsueto. Ma reale. Avevano, in comune, la furbizia delle volpi e la destrezza delle lepri. Insieme, avevano scoperto il gusto del ridere e della complicità. Condividevano, anche, la gioia di stare a guardare le stelle, nelle sere d’estate, e l’amore immenso per la natura. E l’interesse per la conoscenza degli infiniti, meravigliosi, dettagli che in essa potevano osservare.

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Erano gli adulti che mostravano diffidenza nei riguardi di Tindaro. E lo etichettavano. Senza avergli mai rivolto la parola o un saluto. Si domandavano se quell’uomo non fosse un po’ matto. Quando andava in giro, per le vie del villaggio cantava sempre a squarciagola. La sua voce riecheggiava da ogni parte. Delle canzoni faceva una sorta di parodia, per renderle attinenti alla vita e ai personaggi del paese. La parodia…

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Nel paese, a motivo di Tindaro, si erano costituite due fazioni: la prima faceva capo ad una pseudo- assistente sociale quarantenne che, rigorosamente “ signorina”, girava per il paese con aria altera. La donna si faceva carico di tutte le situazioni che, secondo i suoi parametri, ingessati e sbilenchi, giudicava anomale, avocando a sé un ruolo di autorità che nessuno le aveva mai conferito. Si sentiva la candidata ideale a ficcare il naso in ogni faccenda, solo perché aveva frequentato, per alcuni mesi, una scuola di servizi sociali. Credeva di possedere ogni conoscenza dello scibile umano…

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Risica, usando la sua sottile ironia, offrì all’uomo, invece, numerosi spunti perché affermasse i propri principi di libertà assoluta;
il parroco, poveretto, si limitò a offrire a Dio numerose preghiere perché la visita servisse a quietare gli animi. Parlò assai poco e quello che disse fu talmente scialbo che lo stesso Tindaro dovette più volte soccorrerlo per non farlo naufragare in un mare di banalità.
Si divertì molto quel giorno Tindaro, giocando con dignità una partita che vinse senza fatica. Dimostrò la sua intelligenza e una cultura, inaspettata. Scomodò persino i filosofi dell’antica Grecia per dare testimonianza di arcaiche saggezze…
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Nei giorni che seguirono, Tindaro continuò la sua vita apparentemente tranquilla. Ma chi lo conosceva bene, scorse nei suoi occhi barlumi di malinconia. Mantenne ancora a lungo la patina istrionica del suo carattere, ma cominciò ad isolarsi sempre più a lungo…
Da: “Note dell’anima”
Pellegrini Editore

foto da:www.gaineseurope.com

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